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MOVIMENTO PER L'ABOLIZIONE DELLA LEVA OBBLIGATORIA MILITARE E CIVILE

Buone letture


L'elogio del disertore
di Carlo Lottieri

L'articolo che segue, pubblicato originariamente su "L'Indipendente" (13 Settembre 1995), è inserito nel libro Carlo Lottieri,"Nonostante Scalfaro" edito da Leonardo Facco Editore (1996 - Lire 15.000). Ringraziamo l'autore e l'editore per avere gentilmente concesso la sua riproduzione.


Le cronache di questi giorni provenienti dall'ex Jugoslavia hanno riportato all'attenzione generale un tipo umano che avevamo - se non dimenticato - relegato nei polverosi archivi di una storia ormai del tutto passata. Si tratta del disertore, di colui - insomma - che rifiuta di combattere in difesa della Patria o per espandere l'area d'influenza del proprio Stato. Anche la guerra tra croati, musulmani e serbi, infatti, ha finito per sospingere alle frontiere molti giovani che non vogliono morire e uccidere agli ordini di Tudjam, di Milosevic, di Karadzic e degli altri "uomini forti" dello scacchiere balcanico.

Nel momento in cui l'Europa torna a conoscere la guerra, subito riappaiono i disertori, personaggi da sempre condannati ma su cui vale la pena di riflettere con attenzione, dato che a partire da essi è possibile interpretare, ben al di là della loro marginalità storica, la natura stessa della violenza esercitata dalle istituzioni statali.

Chi è, in definitiva, il disertore? È colui che si rifiuta di combattere agli ordini di uno Stato. Appare evidente, allora, che un primo giudizio in merito alla diserzione deve muovere da una valutazione delle ragioni all'origine di questa o quella guerra. È possibile, ad esempio, condannare chi - croato o serbo - scelga di rifiutarsi di partecipare ai genocidi attuati dalle forze armate agli ordini di Belgrado e di Zagabria? Ci pare di no. Il comportamento di chi nei Balcani butta alle ortiche la divisa possa essere considerato peggiore di quello chi ubbidisce ad ogni decisione dei superiori, fossero anche - come è - assassini accecati dal nazionalismo e da una sfrenata volontà di potenza.

Vi sono casi, insomma, in cui la diserzione è legittima e talora perfino doverosa. Ma c'è da chiedersi se questo valga anche in situazioni - per così dire - "normali". Per poter rispondere, però, è necessario considerare la realtà dello Stato moderno e della filosofia politica che lo pervade: una concezione che pone l'autorità pubblica al di sopra degli individui, censurando come immorale, irrazionale e inaccettabile ogni aspirazione a far sì che il potere venga vincolato al consenso dei singoli cittadini contribuenti.

Non c'è dubbio alcuno, d'altra parte, che la parola "disertore" mantiene comunque e ancora oggi un suono sgradevole. La mentalità statalista e ottusamente patriottica di cui tutti siamo imbevuti rende difficile comprendere le buone ragioni di chi preferisce salvare la propria pelle o comunque evitare la vita militare, sfuggendo ai rischi e alle sofferenze che essa comporta. Tutti noi, chi più e chi meno, siamo abituati a considerare spregevole il comportamento di coloro che antepongono alla Patria (con la lettera maiuscola) gli interessi della propria esistenza privata e quella dei propri familiari.

Questo modo di ragionare, in realtà, è aberrante. Cos'altro è o dovrebbe essere lo Stato, infatti, se non uno strumento per tutelare i diritti (la vita, la tranquillità, le proprietà, ecc.) dei cittadini? Questi ultimi, allora, non hanno forse il pieno diritto di defezionare quando viene chiesto loro di mettere a rischio la vita e l'incolumità, insieme ad ogni altro proprio bene? Tanto più che chi è cittadino di questo o quello Stato non si trova in tale condizione per una sua libera scelta e per un patto sottoscritto, ma soltanto perché è nato in una data area e, quindi, è stato iscritto in particolari registri anagrafici.

Riconoscendo la legittimità del comportamento di chi diserta non si vuol certo sminuire l'eroismo e la generosità di coloro che, in qualsivoglia circostanza, hanno saputo battersi per difendere la terra e i diritti della propria comunità, o anche di altre comunità aggredite. Nessuno nega che un altruismo coraggioso sia da anteporre all'egoismo vile: tanto in pace come in guerra. Chi ha la forza d'animo di mettere a rischio la propria incolumità per difendere qualcuno minacciato da rapinatori, assalitori o fanatici aggressivi - in divisa o senza divisa - merita la più grande ammirazione.

La difesa dei diritti del disertore, allora, non è incompatibile con l'elogio per il volontario che decide di battersi a favore di cause giuste o che egli reputa tali. Sia il disertore che il volontario, infatti, decidono in proprio e dispongono autonomamente della propria esistenza, rifiutando che la forza degli Stati prevalga sempre e comunque sui diritti degli individui. L'eroismo del volontario, ad ogni modo, non può essere imposto, e per giunta quando sono in gioco gli interessi della classe politica che dirige lo Stato... Se è dunque legittima (e in molto casi è perfino da lodare) la scelta del volontario, non meno lo è quella del mercenario: il quale è da condannare ogni volta che si schiera dalla parte degli aggressori, ma non per il fatto - in sé moralmente neutrale - di farlo in cambio di denaro. Personalmente non ritengo d'avere obiezioni da avanzare, infatti, di fronte alla scelta di chi decidesse di andare a difendere - armi in pugno - popolazioni inerme e aggredite, ricevendo in cambio una ricompensa.

Se comunque torniamo a riflettere sul disertore - fosse anche pavido o egoista, e comunque refrattario a subire imposizioni - ci pare che egli sia da considerare una figura degna del massimo rispetto per la sua capacità di difendere valori fondamentali. Egli incarna, infatti, il sopravvivere di una sensibilità che non accetta di privilegiare l'ideologia e la ragion di Stato agli affetti e alle speranze di un uomo singolo che ha progetti, legami, sentimenti.

Egli allora è scandaloso solo per chi continua a restare affezionato allo Stato territoriale e confinario formatosi nel corso dell'età moderna, e giunto fino a noi col suo corredo di teorie politiche centralizzatrici da cui è difficile sganciarsi, dopo secoli e secoli di uno statalismo che ha sempre collocato ciò è pubblico e collettivo sopra ciò che è privato e individuale. Uno Stato che, in virtù degli imbrogli concettuali orditi da Rousseau e da altri autori "democratici", si ritiene in diritto di poter imporci ogni cosa: lavoro forzato (leggi: tassazione), scelte esistenziali e, addirittura, la soppressione di altre vite umane.

La cultura autonomista e radicalmente liberale che in questa fine di millennio sta cominciando ad affermarsi sulle macerie delle retoriche nazionali e totalitarie può trovare nel disertore post-jugoslavo un'immagine capace di mostrare che vi è un "mondo della vita" - per usare le parole di Edmund Husserl - che nessun potere ottuso e presuntuoso è in grado di sopprimere e cancellare. E non saranno certo le scontate accuse di codardia rivoltegli da occidentali "teleutenti" a cancellare quanto vi è di dignitoso e di nobile nella sua fuga di fronte alla guerra e di fronte agli Stati.


Né Giusta Né Utile
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